
Sembra uscito a prima vista da un romanzo di fantascienza sovietica, ma il Turkmenistan esiste davvero.
Il nostro viaggio parte con un volo della chimerica Turkmenistan Airlines diretto ad Ashgabat. La capitale, fatta di marmo di Carrara e monumenti pacchianissimi per volere dei due presidenti che hanno governato il Paese dal 1991 al 2022, è in parte straniante ma in realtà più reale e vissuta di quanto non raccontino i soliti cliché. Saliremo poi su un treno notturno diretto a Türkmenbashy, città con una folta comunità russa sulle rive del leggendario Mar Caspio: già qui il viaggio prende una piega meno convenzionale. Da Türkmenbahy punteremo verso il deserto e i canyon spettacolari di Yangikala, prima di passare per Balkanabat, città industriale sovietica dove sopravvivono alcuni dei mosaici più belli e affascinanti dell’ex RSS Turkmena. Attraversando Gyzylarbat arriveremo al remoto e isolato villaggio montano di Nohur, al confine con l’Iran, dalla fiera cultura locale.
Tornati ad Ashgabat per dedicare altro tempo alla capitale (e perché una sola visita non basta per capire una città del genere) ci sposteremo verso est per la tappa successiva: la sovietica Mary e le rovine di Merv, una delle grandi città storiche dell’Asia centrale, prima di abbandonare definitivamente l’asfalto e attraversare il deserto del Karakum verso Darwaza, la Porta dell’Inferno. Sì, proprio il giacimento di gas che brucia da decenni nel bel mezzo del nulla, guilty pleasure assolutamente necessario per qualsiasi appassionato di decadentismo post-sovietico.
Dopo una notte nel deserto proseguiamo verso nord, fino alle rovine dell’antica e polverosa Kunya-Urgench e alla città sovietica di Dashoguz. Da qui prendiamo un volo interno per tornare ad Ashgabat e chiudere il cerchio.
Il Turkmenistan è famoso per essere uno dei Paesi più chiusi e surreali del pianeta, il turismo individuale qui non è ammesso e perciò lo visiteremo accompagnati da guide locali. Di fronte a tanta follia noi proveremo a guardare anche oltre la caricatura, senza però rinunciare al piacere di goderci tutta la sua assurdità.
I posti per questa meta vanno a ruba.
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Tutto quello che devi sapere prima di partire per questa avventura.
Tutte le foto sono nostre. Sì, è tutto vero.

La Bielorussia, o meglio Belarus', è un Paese frainteso. Al di là dei titoloni clickbait che gridano all'"ultima dittatura d'Europa", per noi è un luogo che racconta, meglio di quasi ogni altro, cosa significhi vivere all'incrocio tra Europa centrale e mondo russo, tra passato sovietico e presente.
Entreremo via terra dalla Polonia e usciremo in Lituania, attraversando uno dei confini più caldi del continente. Da Brest a Minsk, passando per i castelli UNESCO di Mir e Njasviž, alterneremo fortezze, città ordinate, enormi viali sovietici e palazzi brutalisti, memoriali della Grande Guerra Patriottica e mosaici psichedelici. Visiteremo poi la Linea Stalin, testimonianza di un Paese in cui l'eco della guerra e dei suoi eroi è ancora parte integrante dell'identità nazionale.
L'ultima parte del viaggio ci porterà in uno dei luoghi più surreali d'Europa: la zona di esclusione di Černobyl', sul lato bielorusso, meno conosciuta rispetto a quella ucraina ma più remota e silenziosa. Villaggi abbandonati, foreste che si sono riprese il territorio e il tempo che sembra essersi fermato al 26 aprile 1986.
Non è un viaggio costruito per confermare pregiudizi, ma per capire un Paese di cui si parla tantissimo e che pochissimi hanno davvero visto. E, come sempre, lo faremo andando ben oltre le cartoline.

Se vi chiedessimo di indicarci la Moldavia su una mappa, forse ci riuscireste. Se invece vi chiedessimo cos'è la Transnistria, le mani alzate sarebbero molte meno. Ed è proprio per questo che ci andiamo.
Entreremo in Moldavia partendo da Bucarest a bordo dell'ultimo treno sovietico ancora in servizio nell'Unione Europea, per poi immergerci in uno dei Paesi più sconosciuti del continente. A Chișinău scopriremo un'insospettabile capitale dall'anima profondamente sovietica, tra grandi viali, mosaici, architetture moderniste e quell'atmosfera un po' malinconica tipica dell'Europa orientale.
Poi attraverseremo un altro confine. Questa volta entreremo in uno Stato che, ufficialmente, non esiste. La Transnistria (pardon, Pridnestrov'e) è una repubblica autoproclamata nata dopo il crollo dell'URSS, con una propria moneta, un proprio esercito, controlli di frontiera e simboli sovietici ovunque. Esploreremo Tiraspol', Bender e Kitskany cercando di capire come si vive in uno dei territori più particolari d'Europa, senza limitarci ai meme su Lenin e alle falci e martello (che comunque non mancheranno).
Raggiungeremo anche la campagna moldava di Orheiul Vechi, tra monasteri rupestri e villaggi tradizionali, e quando sarà possibile andremo a caccia di vecchi complessi sovietici abbandonati per raccontare anche il lato più decadente del Paese.
Ogni partenza ha poi qualcosa di speciale. A settembre saremo a Tiraspol' durante le celebrazioni dell'indipendenza della Transnistria, con parata militare, concerti e un'atmosfera surreale. A maggio assisteremo alle commemorazioni del Giorno della Vittoria, ancora oggi una delle ricorrenze più sentite nello spazio post-sovietico. A Capodanno festeggeremo invece come si faceva una volta nell'URSS, tra Ded Moroz, alberi decorati, tavolate infinite e la diretta dal Cremlino.
Per chi proprio non riesce a smettere di collezionare stranezze geopolitiche, c'è anche la possibilità di estendere il viaggio in Gagauzia, altra regione autonoma quasi sconosciuta, abitata da un popolo turcofono ma cristiano ortodosso. Perché, da queste parti, le cose semplici evidentemente non sono mai piaciute a nessuno.

In Uzbekistan due civiltà apparentemente inconciliabili convivono negli stessi luoghi. Da una parte cupole turchesi, moschee, madrase e antichi fasti della Via della Seta, dall’altra cemento brutalista, edifici sovietici, treni notturni e città semi-fantasma. In una settimana ne conosceremo entrambe le facce.
Partiamo da Tashkent, una delle capitali più sottovalutate dell’ex URSS: una metropolitana decoratissima, grandi e verdi viali, architettura modernista e giganteschi spazi urbani. Poi ci spostiamo verso la parte più iconica e spettacolare del Paese, con la leggendaria e bellissima Samarcanda e la polverosa e multietnica Bukhara, con le loro moschee, madrase e mausolei che raccontano secoli di storia centroasiatica, ma anche con i loro quartieri volutamente nascosti, più poveri e meno di facciata.
La vera avventura comincerà quando saliremo su un treno sovietico notturno diretto a Khiva. Niente cuccette private: si dorme insieme agli altri passeggeri, mentre il paesaggio cambia lentamente fuori dal finestrino. Al mattino siamo a Khiva, città-oasi perfettamente conservata, ma ahinoi anche molto ricostruita, nel mezzo del deserto.
Da qui abbandoniamo completamente la Via della Seta da cartolina e puntiamo verso il Karakalpakstan, repubblica autonoma nell’estremo ovest uzbeko con una lingua e una cultura a sé. Tra piantagioni di cotone, ruderi zoroastriani, cimiteri monumentali e villaggi sperduti arriviamo a Moynaq, ex porto principale del lago d’Aral diventato una città semideserta quando l'acqua si è ritirata lasciando le sue navi arrugginite sul fondale. Non ci limiteremo a scendere dal taxi, fare due foto alle barche e ripartire, ma passeremo la notte in un autentico hotel sovietico degli anni ’50, decrepito quanto basta, per vedere cosa significa davvero vivere in una città come Moynaq quando i turisti hanno già smesso di guardare. Il giorno dopo raggiungiamo Nukus e i suoi mosaici caleidoscopici, poi prendiamo il volo interno per Tashkent e, se gli orari lo permettono, ci concediamo un’ultima serata nella capitale.
In sette giorni passiamo così dalla grande Via della Seta alle periferie più disastrate dell’URSS, dalle cupole del Registan di Samarcanda alle navi arrugginite dell’Aral: un Uzbekistan connubio di cultura islamica, modernismo sovietico e paesaggi da fine del mondo.