
Socotra sembra quasi un errore sulla mappa: un’isola paradisiaca tra la Somalia e lo Yemen, a cui appartiene politicamente, così isolata da aver sviluppato forme endemiche di vita animale e vegetale che non esistono da nessun’altra parte. La si attraversa in una settimana, lontani da resort, infrastrutture e comodità di sorta che qui non esistono proprio: solo notti in tenda, viaggi in fuoristrada, bagni nell'oceano e natura allo stato puro.
Le prime due notti le passeremo in un contesto particolarmente ameno ai piedi delle enormi dune di Arher, affacciate sul mare, prima di spingerci nell'entroterra. Ci addentreremo quindi in impressionanti grotte incontaminate, faremo snorkeling nella barriera corallina di Dihamri e raggiungeremo la piscina naturale di Homhil, dove il paesaggio comincerà a diventare qualcosa di difficilmente spiegabile a chi non c’è mai stato. Poi arriveranno le strade che alcune volte sono piste sterrate, altre il letto di un fiume auspicabilmente non in piena, altre ancora solo un concetto astratto. Attraverseremo Wadi Kalisan, le dune di Zaheq e la foresta di Firmhin, dove ci accamperemo tra gli iconici, fragilissimi e secolari alberi del sangue di drago, per poi proseguire fino a Qalansiya e alla costa occidentale dell’isola. Da qui prenderemo una barca per raggiungere la remota spiaggia di Sho'ab, accessibile praticamente solo così, tra delfini e acqua di un azzurro difficilmente paragonabile a qualsiasi altro mare (sì Maria Chiara, anche a quello della Sardegna...). Poco distante, la laguna di Detwah ci regalerà uno degli angoli e dei tramonti più spettacolari di Socotra nonché l’incontro con l’ultimo abitante delle caverne dell’intera isola, una storia che ci dirà molto sulla Socotra che esiste dietro il cliché del paradiso perduto e incontaminato, vero sì ma solo in parte. L’ultima sera e l’ultima mattina le passiamo a Hadibo per uno sguardo molto umano sull'unica città di Socotra.
Si dorme quasi sempre in tenda, spesso senza doccia, con internet praticamente inesistente e infrastrutture ridotte al minimo indispensabile. Quando non c’è una doccia da campo, ci si lava nei ruscelli. Qui l’adattamento non è un optional, così come la capacità di accettare che un programma possa cambiare, perché il programma, a Socotra, conta molto meno della realtà e dell'imprevedibilità del luogo.
Socotra occupa un posto speciale nella storia di Oltre e ci ha insegnato sulla nostra pelle quanto poco controllo si possa avere quando si viaggia davvero in luoghi così remoti. Torniamo quindi con la stessa curiosità con cui siamo arrivati le prime volte: cercando di andare oltre la cartolina, in modo consapevole, rispettando profondamente l’isola e le persone che la abitano e lasciandoci conquistare, inevitabilmente, da una bellezza che altrove semplicemente non abbiamo trovato.
I posti per questa meta vanno a ruba.
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Tutto quello che devi sapere prima di partire per questa avventura.
Tutte le foto sono nostre. Sì, è tutto vero.

Per decenni l’Afghanistan è stato raccontato quasi esclusivamente attraverso guerre, attentati e titoli di giornale. Eppure, dietro a quella narrazione esiste un Paese che per secoli è stato un crocevia di popoli, imperi, religioni e rotte commerciali. Un luogo che ha visto passare Alessandro Magno, i seguaci di Buddha, i mongoli, i persiani, gli inglesi, i sovietici e gli americani. E che ancora oggi nonostante tutto conserva un'identità fortissima.
Questo non è un viaggio pensato per collezionare luoghi famosi, ma semmai per capire, con profondo rispetto e consapevolezza, uno dei Paesi più affascinanti e fraintesi del mondo. Attraverseremo città antichissime, mercati, moschee, vallate montane e luoghi che fino a pochissimi anni fa erano irraggiungibili. Incontreremo persone che raramente vedono turisti e proveremo a osservare l'Afghanistan per quello che è davvero, al di là degli stereotipi.
Non aspettarti affatto comfort occidentali o itinerari patinati. Aspettati invece giornate intensissime, una cultura sorprendentemente ospitale e la sensazione costante di trovarti in un posto che la maggior parte delle persone conosce soltanto attraverso uno schermo. E indovina un po', è proprio questo il motivo per cui siamo qui.

Di Cuba tutti pensano di sapere già tutto: auto americane, sigari, salsa, palme e mojito. Poi uno arriva e scopre un Paese infinitamente più complesso, fatto di contraddizioni, persone resilienti e una quotidianità che non assomiglia a quella di nessun altro luogo al mondo. Per questo non la visiteremo con pullman turistico e resort all inclusive, ma con un autentico roadtrip, dormendo nelle casas particulares (case private che le famiglie locali mettono a disposizione dei turisti), fermandoci dove ci va e vivendo il Paese da dentro.
Dedicheremo all’Avana tutto il tempo che merita, senza limitarci alle uniche due vie fotografate. Passeggeremo tra i quartieri coloniali e quelli popolari, tra i grandi viali della Rivoluzione, i murales, le Chevrolet anni ’50 ma anche le Lada anni '80 ancora in circolazione, la musica latina che esce dalle finestre e gli edifici che raccontano decenni di storia. Nella data del Primo Maggio, assisteremo anche alla grande manifestazione organizzata dal Partito Comunista Cubano: un’esperienza che al di là delle idee politiche è semplicemente unica.
Poi inizierà l'on the road a bordo del nostro carro de renta. Attraverseremo le piantagioni della verdissima Valle de Viñales, raggiungeremo il mare caraibico di Cayo Jutías, passeremo per città coloniali come Cienfuegos, Trinidad, Sancti Spíritus e Remedios, alterneremo spiagge spettacolari a centri storici pieni di vita e ci fermeremo dove il viaggio ci suggerirà di farlo. Fare la coda per la benzina, trovare un ristorante aperto o scambiare ben più di due parole con chi ci ospita farà parte dell’esperienza tanto quanto visitare i luoghi più famosi.
Naturalmente non mancheranno Santa Clara, con il mausoleo del Che Guevara, e una giornata di mare vero, tra Cayo Santa María e la spiaggia pubblica di Varadero, lontani dalla zona hotelera dei Meliá e degli Iberostar. Perché sì, il mare cubano è davvero incredibile, ma sarebbe un peccato fermarsi a quello.
La Cuba dei resort lasciamola dunque ai cataloghi. Questo viaggio, pur senza rinunciare alle tappe turistiche, è pensato per chi è curioso di capire come funziona un Paese socialista nel 2026, di parlare con le persone, di osservare senza pregiudizi e di lasciarsi sorprendere. Il tutto con la giusta dose di leggerezza, un po’ di spirito di adattamento e la consapevolezza che, a Cuba, gli imprevisti non sono un problema ma parte del fascino del viaggio.

Se pensate di venire fino in Pakistan solo per collezionare qualche bella foto delle montagne, questo viaggio non fa per voi. In 16 giorni noi il Pakistan lo percorriamo quasi interamente dall'estremo sud all'estremo nord, dal Mar Arabico alle vette del Karakoram, attraversando deserti, grandi città, santuari sufi, bazar, valli himalayane e territori più “caldi” dove il turismo praticamente non esiste.
Partiamo dal caos subtropicale della metropoli di Karachi e risaliamo la valle dell’Indo attraverso il Sindh, visitando i grandi mausolei sufi dove potremo assistere ai rituali dhamal, le danze mistiche in stato di trance. Si tratta di zone fortemente militarizzate e sconosciute al turismo, dove ci muoveremo con fixer locali per motivi logistici e di sicurezza. Sarà poi la volta del Punjab, con Uch Sharif e Multan, fino alla monumentale e gigantesca Lahore. Qui toccheremo con mano la geopolitica del luogo alla frontiera con l’India, assistendo alla surreale cerimonia quotidiana di chiusura del confine.
Da Lahore punteremo verso nord. Islamabad è solo l’ultima parentesi urbana prima di infilarci per ore nelle gole del Kohistan, seguendo il torrente Indo su una delle strade più spettacolari e di gran lunga meno rilassanti del viaggio. Giunti nel Gilgit-Baltistan, ovvero il Kashmir pakistano, cambiamo mezzo e prendiamo i nostri 4x4: davanti a noi ci sono le vette di 8000 metri del Karakoram e la Karakorum Highway, che seguiremo fino quasi alla Cina.
È qui che il viaggio cambia ritmo. Raggiungiamo le Fairy Meadows, alla base del Nanga Parbat, e attraversiamo la valle dell’Hunza tra villaggi, fortezze, terrazzamenti e fiere comunità con lingue e tradizioni proprie, antropologicamente interessantissime. Passeremo da Karimabad e dai vertiginosi ponti tibetani ai piedi dei Coni di Passu, che collegano i villaggi di allevatori di yak, fino al passo di Khunjerab che segna il confine con la Cina e che a 4693 metri è il valico di confine più alto al mondo.
Scendiamo poi verso il Baltistan, tra le montagne e le dune sabbiose di quel posto irreale che è Skardu, prima di volare nuovamente a Islamabad. Non potremo ripartire senza spingerci ancora più a ovest, fino a Peshawar, centro della provincia a maggioranza pashtun divisa dall'Afghanistan solo dall'immaginaria, porosa e scarsamente delimitata Linea Durand.
Il risultato è un viaggio che va ben oltre il Pakistan patinato delle montagne e dei post su Instagram, preferendo offrire una visione d'insieme, nuda e cruda, dei mille volti di questo Paese incredibilmente eterogeneo. Lo attraversiamo mentre cambia: cambieranno i paesaggi, le lingue, le facce, le religioni, il clima e perfino il modo di stare per strada. Dal Mar Arabico al Karakoram, con parecchie ore di auto, qualche strada discutibile e un rollercoaster di emozioni.