
In Uzbekistan due civiltà apparentemente inconciliabili convivono negli stessi luoghi. Da una parte cupole turchesi, moschee, madrase e antichi fasti della Via della Seta, dall’altra cemento brutalista, edifici sovietici, treni notturni e città semi-fantasma. In una settimana ne conosceremo entrambe le facce.
Partiamo da Tashkent, una delle capitali più sottovalutate dell’ex URSS: una metropolitana decoratissima, grandi e verdi viali, architettura modernista e giganteschi spazi urbani. Poi ci spostiamo verso la parte più iconica e spettacolare del Paese, con la leggendaria e bellissima Samarcanda e la polverosa e multietnica Bukhara, con le loro moschee, madrase e mausolei che raccontano secoli di storia centroasiatica, ma anche con i loro quartieri volutamente nascosti, più poveri e meno di facciata.
La vera avventura comincerà quando saliremo su un treno sovietico notturno diretto a Khiva. Niente cuccette private: si dorme insieme agli altri passeggeri, mentre il paesaggio cambia lentamente fuori dal finestrino. Al mattino siamo a Khiva, città-oasi perfettamente conservata, ma ahinoi anche molto ricostruita, nel mezzo del deserto.
Da qui abbandoniamo completamente la Via della Seta da cartolina e puntiamo verso il Karakalpakstan, repubblica autonoma nell’estremo ovest uzbeko con una lingua e una cultura a sé. Tra piantagioni di cotone, ruderi zoroastriani, cimiteri monumentali e villaggi sperduti arriviamo a Moynaq, ex porto principale del lago d’Aral diventato una città semideserta quando l'acqua si è ritirata lasciando le sue navi arrugginite sul fondale. Non ci limiteremo a scendere dal taxi, fare due foto alle barche e ripartire, ma passeremo la notte in un autentico hotel sovietico degli anni ’50, decrepito quanto basta, per vedere cosa significa davvero vivere in una città come Moynaq quando i turisti hanno già smesso di guardare. Il giorno dopo raggiungiamo Nukus e i suoi mosaici caleidoscopici, poi prendiamo il volo interno per Tashkent e, se gli orari lo permettono, ci concediamo un’ultima serata nella capitale.
In sette giorni passiamo così dalla grande Via della Seta alle periferie più disastrate dell’URSS, dalle cupole del Registan di Samarcanda alle navi arrugginite dell’Aral: un Uzbekistan connubio di cultura islamica, modernismo sovietico e paesaggi da fine del mondo.
Tutto quello che devi sapere prima di partire per questa avventura.
Davide Poli
"Ho conosciuto Matteo e Giulia a Socotra: in quell’occasione non ero in viaggio con loro, ma mi fecero un’ottima impressione per la gestione di una situazione per nulla facile. Ho viaggiato con loro in Uzbekistan ed il tour leader era Emanuele: disponibile, alla mano e preparato. Se riuscirò, partirò sicuramente con loro una seconda volta!"
Tutte le foto sono nostre. Sì, è tutto vero.

Troppa poca gente sa collocare il Kazakistan su una mappa, eppure è il nono Paese più grande al mondo. Un gigante misterioso dove i paesaggi cambiano continuamente: montagne glaciali, laghi turchesi, canyon, steppe sterminate, deserti lunari e città nate grazie all'industrializzazione sovietica. È un viaggio che dà continuamente la sensazione di andare "più in là", oltre le rotte del turismo di massa.
Partiremo da Almaty, ex capitale del Paese ai piedi dei monti del Tian Shan, per poi esplorare alcuni dei paesaggi più spettacolari dell'Asia centrale: il canyon di Čaryn, i laghi Kol'saj e Kaindy e il remoto Parco Nazionale di Altyn-Emel, dove la natura sembra aver dimenticato l'esistenza dell'uomo. Poi saliremo a bordo di un autentico treno notturno made in USSR, un'esperienza che da sola vale il viaggio, attraversando la steppa fino a Turkistan e Shymkent, dove la storia dell'Asia centrale si intreccia con il recente e affascinante passato sovietico.
Il gran finale è però il Mangystau. Tre giorni di roadtrip selvaggio, dormendo tra tende e jurte, nel luogo più alieno di tutto il Kazakistan. Canyon bianchi, montagne scolpite dal vento, sfere di roccia gigantesche, moschee rupestri e scogliere che sembrano appartenere a un altro pianeta. Qui non ci sono città, quasi non esistono strade e il telefono avrà smesso di prendere da un pezzo. È il tipo di posto che ti fa capire quanto il mondo sia ancora enorme.
È un viaggio che unisce natura, archeologia, antropologia e una buona dose di nostalgia sovietica. Perché il Kazakistan non è solo un insieme di paesaggi fotogenici, ma uno dei posti migliori al mondo per vedere come la steppa, il nomadismo e l'eredità dell'URSS convivano ancora oggi nello stesso Paese. Un itinerario che riesce a essere veramente avventuroso senza mai perdere di vista il contesto storico e culturale che rende tutto ancora più interessante.

Sembra uscito a prima vista da un romanzo di fantascienza sovietica, ma il Turkmenistan esiste davvero.
Il nostro viaggio parte con un volo della chimerica Turkmenistan Airlines diretto ad Ashgabat. La capitale, fatta di marmo di Carrara e monumenti pacchianissimi per volere dei due presidenti che hanno governato il Paese dal 1991 al 2022, è in parte straniante ma in realtà più reale e vissuta di quanto non raccontino i soliti cliché. Saliremo poi su un treno notturno diretto a Türkmenbashy, città con una folta comunità russa sulle rive del leggendario Mar Caspio: già qui il viaggio prende una piega meno convenzionale. Da Türkmenbahy punteremo verso il deserto e i canyon spettacolari di Yangikala, prima di passare per Balkanabat, città industriale sovietica dove sopravvivono alcuni dei mosaici più belli e affascinanti dell’ex RSS Turkmena. Attraversando Gyzylarbat arriveremo al remoto e isolato villaggio montano di Nohur, al confine con l’Iran, dalla fiera cultura locale.
Tornati ad Ashgabat per dedicare altro tempo alla capitale (e perché una sola visita non basta per capire una città del genere) ci sposteremo verso est per la tappa successiva: la sovietica Mary e le rovine di Merv, una delle grandi città storiche dell’Asia centrale, prima di abbandonare definitivamente l’asfalto e attraversare il deserto del Karakum verso Darwaza, la Porta dell’Inferno. Sì, proprio il giacimento di gas che brucia da decenni nel bel mezzo del nulla, guilty pleasure assolutamente necessario per qualsiasi appassionato di decadentismo post-sovietico.
Dopo una notte nel deserto proseguiamo verso nord, fino alle rovine dell’antica e polverosa Kunya-Urgench e alla città sovietica di Dashoguz. Da qui prendiamo un volo interno per tornare ad Ashgabat e chiudere il cerchio.
Il Turkmenistan è famoso per essere uno dei Paesi più chiusi e surreali del pianeta, il turismo individuale qui non è ammesso e perciò lo visiteremo accompagnati da guide locali. Di fronte a tanta follia noi proveremo a guardare anche oltre la caricatura, senza però rinunciare al piacere di goderci tutta la sua assurdità.

Per decenni l’Afghanistan è stato raccontato quasi esclusivamente attraverso guerre, attentati e titoli di giornale. Eppure, dietro a quella narrazione esiste un Paese che per secoli è stato un crocevia di popoli, imperi, religioni e rotte commerciali. Un luogo che ha visto passare Alessandro Magno, i seguaci di Buddha, i mongoli, i persiani, gli inglesi, i sovietici e gli americani. E che ancora oggi nonostante tutto conserva un'identità fortissima.
Questo non è un viaggio pensato per collezionare luoghi famosi, ma semmai per capire, con profondo rispetto e consapevolezza, uno dei Paesi più affascinanti e fraintesi del mondo. Attraverseremo città antichissime, mercati, moschee, vallate montane e luoghi che fino a pochissimi anni fa erano irraggiungibili. Incontreremo persone che raramente vedono turisti e proveremo a osservare l'Afghanistan per quello che è davvero, al di là degli stereotipi.
Non aspettarti affatto comfort occidentali o itinerari patinati. Aspettati invece giornate intensissime, una cultura sorprendentemente ospitale e la sensazione costante di trovarti in un posto che la maggior parte delle persone conosce soltanto attraverso uno schermo. E indovina un po', è proprio questo il motivo per cui siamo qui.